CARTA STAMPATA | “Facebook come visione del mondo” Leggi il mio articolo sul numero di marzo del trimestrale “Aspenia”.

CARTA STAMPATA | “Facebook come visione del mondo” Leggi il mio articolo sul numero di marzo del trimestrale “Aspenia”.

Mark Zuckerberg ha esposto chiaramente le sue idee sull’ideale di società del XXI secolo, proponendosi senza mezzi termini come figura pubblica di primo piano. La sua creatura è però sotto attacco, considerata da molti (al pari di altri social network) come corresponsabile di una degenerazione sociale e di vere minacce alla democrazia. Governi e istituzioni si stanno faticosamente attrezzando per rispondere alla sfida, ma per difendere la convivenza civile servirà comunque la collaborazione di che gestisce le grandi piattaforme.

 

Mark Elliot Zuckerberg, 34 anni il prossimo mese di maggio, quinto miliardario al mondo nella più recente classifica di Forbes, con 56 miliardi di dollari, nulla lascia intendere sulle sue priorità politiche.

Il suo lungo “manifesto” del 16 febbraio 2017 – naturalmente “postato” sulla sua pagina Facebook – a tanti osservatori apparve quasi una ‘discesa in campo’, per quanto ricordava un presidenziale discorso sullo Stato dell’Unione. In quella sorta di lettera aperta indirizzata “alla nostra comunità”, il fondatore e CEO di Facebook auspicava lo sviluppo di un’infrastruttura sociale in grado di affrontare problemi globali come il terrorismo, i cambiamenti climatici, le malattie, la povertà. Un richiamo all’unità degli esseri umani contro il divario sociale, per l’equità, dove ogni individuo è sicuro, informato, impegnato, nel quale parve davvero di leggere una candidatura a una sorta di Presidenza Usa 2.0.

“Facebook esiste – scriveva Zuckerberg – per farci essere più vicini e costruire una comunità globale. Quando abbiamo cominciato quest’idea non era controversa, eppure adesso vediamo che in tutto il mondo ci sono popolazioni escluse e movimenti che vogliono ritirarsi dalla connessione globale”.

Una fabbrica di fake news?

Circa un anno è trascorso, mesi durante i quali nel dibattito politico americano abbiamo visto spuntare altre candidature più tradizionali alla successione di Donald Trump, come quella dell’anchor woman Oprah Winfrey, e durante i quali il social network più potente al mondo ha dovuto affrontare emergenze ben più urgenti come quelle portate dal ciclone fake news.

Rete e social network rappresentano oggi delle immense autostrade a disposizione delle centrali internazionali della disinformazione per veicolare le “fake” del giorno. Fabbriche di “troll” (utenti indisciplinati o apertamente aggressivi che disturbano le conversazioni) i quali commentano a ciclo continuo le notizie di politica internazionale e quelle interne a ogni Paese preso di mira. Freedom House, il think tank americano che si occupa di libertà, diritti e democrazia, nel suo più recente rapporto ha rivelato che in tutti i diciotto Paesi dove si è votato negli ultimi due anni c’è stato un inquinamento da fake news. Nel mirino gli Stati Uniti, con il voto del 2016, e la Gran Bretagna, con il referendum sull’uscita dall’Unione Europea ma anche Cina, Turchia, Venezuela, Filippine e, per quanto riguarda il vecchio continente, Francia, Italia e Germania.

Recenti inchieste giornalistiche hanno documentato come, nella più assoluta riservatezza, lavorano i blogger della menzogna, giovani uomini e giovani donne, spesso sottopagati e senza tutele, che ogni giorno ricevono la lista delle bugie da implementare, delle persone da infangare, dei politici da sostenere. Lavoratori della disinformazione che quotidianamente creano e distruggono falsi profili Facebook e Twitter, credibili in tutto e per tutto, il cui compito è quello di intossicare il dibattito sui circuiti social più frequentati. La redazione centrale crea la bufala, il titolare del falso profilo accende la miccia, al popolo di Facebook non rimane che renderla virale replicandola migliaia di volte.

Emblematico il caso di Jenna Abrams, star del social da 66mila followers, capace di conquistare le prime posizioni nella classifica del tweet più seguiti, che si è poi scoperto essere una creatura della propaganda russa.

Quante Jenna Abrams esistono oggi nel web? Quanti altri re e regine del troll titolari di blog, piattaforme di crowdfunding, ai quali manca solo il numero della previdenza sociale, sono in grado di plasmare le menti, indirizzare l’opinione pubblica, arrivare a interagire con i media mainstream?

La sfida di Mark Zuckerberg, lo studente di Harvard che inventò Facebook per caso, in una notte di goliardia per provocare le ragazze del campus, è oggi quella di costruire un argine a tutto questo.

La sfida titanica di Zuckerberg

Facebook è attualmente una piattaforma da due miliardi di utenti concentrati, soprattutto, nella fascia di età fra i 30 e i 55 anni. Ogni giorni l’umanità trascorre centinaia di anni a leggere e scrivere post, a pubblicare fotografie e dispensare like.

Vero o falso il fatto che voglia candidarsi alla successione di Donald Trump, Zuckerberg non può permettersi che la sua creatura imploda. Pressato dai governi che stanno attrezzandosi con nuove leggi anti-bufala e a tutela della privacy, accerchiato da ex compagni di viaggio che abbandonano il social accusandolo di essere il diavolo, il colosso californiano corre ai ripari.

Fake news e hate speech, vera malattia del nostro tempo, sono il veleno che, in assenza di un valido antidoto, ucciderà le reti di interazione sociale. Contrastarle, con gli attuali due miliardi di utenti in crescita esponenziale, è un’impresa titanica. L’intelligenza artificiale, l’algoritmo che tutto può, non sembra ancora in grado di verificare le notizie, di sapere interpretare il contesto nel quale un discorso oltrepassa il confine dell’odio. Ciò che è ritenuto offensivo in Italia può non essere considerato tale in altri Paesi, in altre culture; ad oggi questo compito non può che essere eseguito da uomini e donne addestrati e inseriti nella realtà da controllare. Proteggere i cittadini dagli insulti, i giovani dal cyberbullismo, le fasce più deboli dalle ondate di odio non è a portata di robot.

Più volte Facebook è finito sul banco degli imputati per avere censurato contenuti innocui, come le rappresentazioni di nudi artistici, e avere lasciato in rete farneticazioni politiche e offese a sfondo razziale. Del resto come può un operatore, nei dieci secondi a lui concessi per valutare ogni singolo post, e per almeno otto ore al giorno, calarsi in ogni contesto, interpretare ogni discussione? Emblematica la percentuale di addetti al monitoraggio finiti in terapia psichiatrica, incapaci di sostenere lo stress da lavoro, aggiunto al clima di odio che si respira in certi bassifondi del web.

Arrivare alla condanna dei molestatori del web è missione particolarmente ardua in quanto un profilo falso si cela spesso dietro un sistema di scatole cinesi che di fatto rende complicatissimo risalire all’identità di chi lo gestisce. In Germania sono previste multe fino a 50 milioni di euro se i social non tolgono messaggi di odio e razzismo a tempo di record, compito ancora più arduo per chi deve monitorare i profili dei suoi utenti, se si considera che l’Antitrust di Berlino ha messo più volte sotto accusa Facebook per avere acquisito dati personali in numero maggiore a quello consentito.

E un ulteriore ostacolo, quando si cerca di perseguire gli autori di hate speech, è che per la legge californiana (Facebook ha sede a Palo Alto) la diffamazione non è un reato.

Sul fronte delle fake news, Facebook, società che controlla Instagram e Whatsapp, cerca di modificare la rotta limitando, di fatto, la presenza delle notizie sulle nostre pagine personali. Il nuovo algoritmo, operativo da inizio anno, privilegia le interazioni fra gli amici riducendo la diffusione degli articoli di giornale condivisi a solo vantaggio delle grandi testate, quelle che non vivono di falsi e, almeno ipoteticamente, controllano scfrupolosamente le notizie prima di pubblicarle. Nelle intenzioni sarà sempre più improbabile trovare, e di conseguenza rendere virali, gli articoli inventati ad arte per confondere e manipolare l’opinione pubblica e, alla fine, per esserci sarà imprescindibile pagare. Facebook, società da 523 miliardi di dollari, e che nel solo trimestre del 2017 ne ha fatturato 10,3 con un trend in crescita del 47%, alla notizia di volere ridurre lo spazio delle notizie subì una flessione in borsa del 5%.

Alla ricerca di antivirus sociali

Aumenta la disintermediazione. Oggi siamo tutti più o meno capaci di fare ciò che un tempo sapevano fare solo i professionisti dell’informazione. Ora, come Instagram e YouTube dimostrano, ognuno di noi può diventare un ‘inflencer‘ da centinaia di migliaia di click trasformando questa sua attitudine in un guadagno reale. Contemporaneamente il giornalista, legato dalla professione a precisi codici etici e deontologici, perde paradossalmente di credibilità e status mentre i media tradizionali, stampa in testa, vengono svuotati del loro ruolo storico di soggetto educativo. Gli editori sono in allarme e molti hanno cominciato a diversificare.

Preferire dunque le interazioni personali incoraggiando gli utenti a mettere in rete contenuti propri con tutto ciò che questo comporta. Privilegiando le affinità tra utenti l’algoritmo replicherà i post, anche quelli costruiti su false verità, rafforzando i concetti fra gruppi di simili. Il sistema continuerà a riproporti ciò che ti è più familiare in una spirale che escluderà progressivamente dalle tue conoscenze e dai tuoi interessi qualsiasi elemento di disturbo. Un gioco fin troppo facile per qualsiasi malintenzionato.

“Voglio che i miei bambini crescano con la consapevolezza che il padre ha fatto qualcosa di buono” ha recentemente dichiarato Zuckerberg che si appresta a rilasciare ‘Messenger Kids’, la nuova app per genitori e figli. Ma proprio i bambini, secondo i pareri di fonti autorevoli e diversificate, sono oggi i primi soggetti da mettere in sicurezza. Sean Parker, fondatore di Napster, l’uomo che per primo diede fiducia al giovane studente visionario (il Justin Timberlake del film “The Social Network” per intenderci) è da qualche mese il primo ‘obiettore di coscienza’. Uscito da Facebook, del quale fu per qualche tempo presidente, oggi dice “Solo Dio sa che cosa sta succedendo nelle menti dei nostri bambini”. Definisce il social che egli stesso contribuì a mettere in piedi come “un loop di validazione sociale” che costruisce il suo successo grazie allo sfruttamento di una debolezza intrinseca alla psicologia umana. Secondo l’uomo, oggi a capo di un istituto di ricerca oncologica che porta il suo nome, per le dimensioni che ha raggiunto Facebook deforma le relazioni dell’individuo con una società basata sempre più su un sistema di condivisioni fittizie e di “like”. E un altro allarme giunge da un altro ex top manager del ‘social blu’ che senza mezzi termini ci dice “Attenzione, vi stanno riprogrammando”.

Parlando agli studenti della Stanford Graduate School of Business, dopo avere premesso di avere vietato il social ai suoi figli, Chamath Palihapitiya, uomo d’affari fino a pochi fa vicepresidente di FB con la delega specifica di accrescere il numero degli utenti, ha sostenuto che il ‘suo’ vecchio network sta distruggendo il tessuto funzionale della società. Facebook darebbe a tutti noi una sensazione di benessere, grazie ai circuiti viziosi alimentati dalla dopamina, spingendoci in un’ansia fatta di continui aggiornamenti in una ipertrofia comunicativa che, a suo dire, come in in sistema di specchi deformanti, conduce solo all’illusione e alla menzogna. Altro che la costruzione collaborativa della verità come spesso sostenuto da Mark Zuckerberg.

Solo lo sfogo di due ex-delusi al pari del fuoriuscito da una setta che tratta chi è rimasto come la vittima di un plagio? Presto per verificarlo. Tardi invece per invertire una tendenza destinata a portarci in un futuro ancora difficile da decifrare. Mentre i vecchi politici, anche quelli tra loro che sono anagraficamente giovani, si affannano a cercare di capire come si scrive un tweet (e soprattutto come si gestisce il feedback che ne deriva), per noi è sempre più complicato capire a chi credere. Le democrazie sono minate alle fondamenta dalle nuove armi della disinformazione. Il sospetto che potenze straniere orientino il nostro voto trova ogni giorno nuovi riscontri. Crediamo a ciò che leggiamo, chiunque l’abbia scritto, mentre dubitiamo dei nostri interlocutori storici.

“Le false informazioni si diffondono ad un ritmo inquietante, e minacciano la reputazione dei media, il benessere delle nostre democrazie, e i nostri valori democratici. Per questo dobbiamo elaborare meccanismi per identificare le fake news e limitarne la circolazione. Se non prendiamo misure a livello europeo, il rischio è grande che la situazione si avveleni”. Con queste parole la Commissaria Europea al Digitale, Mariya Gabriel, ha avviato, in gennaio, la prima riunione della task force UE contro il fenomeno. Obiettivo del gruppo di lavoro sarà monitorare i processi elettorale nei singoli Paesi dell’Unione – Paesi che, a livello nazionale, stanno comunque organizzandosi con normative più stringenti. Sempre dell’inizio dell’anno, in Italia, il Viminale ha tenuto a battesimo il primo “Protocollo operativo per il contrasto alla diffusione delle fake news attraverso il web”. Preso poco sul serio dalla rete, il “red button” messo a disposizione dei cittadini dalla Polizia di Stato, attiverà un team di esperti, operativi h24, che nel giro di poche ore dovrebbero, attraverso software di ultima generazione, individuare notizie che destano allarme sociale o lesive delle persone. Dubitare dell’efficace è lecito se, come cantava il poeta, “una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale e, come una freccia dall’arco scocca, vola veloce di bocca in bocca”. Meglio sarebbe che i governi istituissero corsi di alfabetizzazione digitale, e funzionale, obbligatoria, prima che sia troppo tardi. Intanto noi confidiamo nella capacità di Mark Zuckerberg di tenere saldo il timone di questa astronave lanciata a folle velocità verso il futuro. E in una duratura convergenza fra i nostri e i suoi interessi.



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