STAMPA | Speciale ‘cattiveria’. Leggi la mia inchiesta su Pianeta Medicina&Salute

STAMPA | Speciale ‘cattiveria’. Leggi la mia inchiesta su Pianeta Medicina&Salute

Sul numero di maggio della rivista “Pianeta Medicina&Salute” la sintesi dell’incontro sugli ostacoli che intralciano il buon esito di una cura.

 

Nessuno di noi sa come si comporterà quel giorno, quando per noi, o per uno dei nostri cari, comincerà il countdown definitivo. Le sicurezze si sgretolano, la programmazione del futuro si annienta, i sentimenti si amplificano. Accettare il fatto che siamo transitori, mortali è difficile e la trasformazione in cattiveria delle nostre fragilità, la reazione scomposta e disperata alla nuova situazione, è un’evoluzione tutt’altro che infrequente.

Di cattiveria si è a lungo parlato in un recente incontro che il primario oncologo del Sant’Andrea di Roma, Paolo Marchetti, ha organizzato, all’ Oratorio Arciconfraternita S. Caterina di Roma, il 12 aprile scorso. Presenti lo psichiatra Vittorio Andreoli, il filosofo Piergiorgio Donatelli e l’attore Remo Girone, sono stati approfonditi gli aspetti più diversi di un sentimento vecchio come il mondo, che nasce con l’umanità.

Citando il classico caso del malato di Aids il quale, cosciente del proprio potenziale distruttivo, decide di infettare quante più persone gli riesca, il professor Marchetti sottolinea come nell’individuo malato possa scattare, più frequentemente di quanto siamo portati a pensare, un atteggiamento di totale preclusione verso chi è lì per aiutarlo a percorrere uno dei tratti, probabilmente l’ultimo, della sua esistenza. “L’atteggiamento di sfida verso chi si prende cura di lui – afferma Marchetti – è un ostacolo serio che può rallentare, talvolta bloccare, il percorso di cura del paziente”.

Da non trascurare, inoltre, gli atteggiamenti aggressivi che possono nascere nell’ambito delle relazioni familiari del malato. “Ci fu il caso di quella giovane donna – ricorda Paolo Marchetti – che, quando comunicai al padre la diagnosi di tumore al polmone, aggredì davanti a me l’uomo rinfacciandogli di avere fumato per una vita intera e di averle così rubato il futuro”. E, aggiungiamo noi, i casi di quegli uomini incapaci di affrontare la malattia della moglie i quali, proprio nel momento del maggior bisogno, se ne vanno di casa. Prova ne sia l’alto numero di donne che, all’appuntamento con la chemio, arrivano accompagnate dalle amiche. E basta guardare gli hospice, quelle strutture tremende dove si va non per essere curati ma per attendere l’ora finale. Lì ci sono soprattutto donne, per l’incapacità dei mariti di assisterle in casa. Cosa che loro, le donne, al contrario, sono disposte a fare.

“Come società – spiega il filosofo Piergiorgio Donatelli – dobbiamo educarci a questa nostra natura mortale, imparare a governare le nostre paure, paure che possono essere mitigate solo dalla consapevolezza di avere vissuto, di avere fatto delle cose positive. Affrontare la morte è vivere. In modo diverso ma vivere”. E il professor Donatelli cita il caso del grande Oliver Sacks, una delle più brillanti menti delle neuroscienze morto a New York, nel 2015, all’età di 82 anni. “Cosciente che il ritorno del tumore che lo aveva colpito in precedenza non gli avrebbe lasciato scampo – ricorda Donatelli – Sacks sfruttò gli ultimi giorni che gli restarono da vivere per ricompensare gli amici e le persone vicine con parole di grande gratitudine. I contesti di cura sono luoghi che mettono alla prova ciò che siamo riusciti a fare su di noi. La malattia chiede un’accettazione grata della nostra finitezza”.

La cattiveria è l’ostinazione a volere il male delle persone, senza alcun tornaconto. Cosa diversa dall’egoismo che antepone il nostro bene a ogni cosa incuranti se esso possa rappresentare il male altrui. “La cattiveria – spiega lo psichiatra Vittorino Andreoli – è diversa anche dalla violenza che si attua per desiderio di vendetta. La cattiveria è distruttività, è il ‘muoia Sansone con tutti i Filistei’. Per capire la distruttività basti pensare al tipo che, prima di suicidarsi, stermina l’intera famiglia. Cominci a non vedere più le persone care perché sai che tu stai per sparire”. E Andreoli cita il caso di quell’anziana signora, in procinto di affrontare un intervento a alto rischio, nella cui stanza venne ricoverata una ragazzina che aveva ‘solo’ un’appendicite. Le parole e i comportamenti che questa donna riversò sull’adolescente – ricorda il celebre psichiatra – furono terribili. “Noi siamo prevalentemente cattivi con le persone cui vogliamo bene – aggiunge – Quando vedo un uomo cattivo penso sempre che ha bisogno di una relazione. In questa società non funziona il noi. Siamo tutti io, io, io”.

Presente all’incontro, Remo Girone, il cattivo della “Piovra” Tano Cariddi, ammette di essere attratto, professionalmente, dai personaggi negativi. “Mi piacciono i film di Bunuel nei quali gli storpi, i nani, i ciechi sono tutti cattivi – confida sorridendo l’attore – Perché non dovrebbero esserlo? A essere buoni in scena si diventa melensi”. Poi aggiusta il tiro quando qualcuno, in sala, gli ricorda di essere stato anche nei panni di Papa Pacelli. L’eccezione che conferma la regola. “La malattia – aggiunge poi l’attore che 26 anni fa affrontò e superò un tumore – mi ha cambiato la vita. Dopo quell’esperienza mi è rimasta una certa empatia per i malati”.

“Oggi la maggior parte dei pazienti guarisce – rassicura l’oncologo nel finale – Oltre il 90 per cento del cancro alla mammella ha una guarigione permanente. Circostanza che porta sempre più spesso i malati a non prendere più in considerazione il tema della morte nell’immediato”. Oggi si può andare avanti per anni, tenere la malattia sotto controllo per molto tempo e – conclude il professor Marchetti con una nota amara – è più frequente che a informarsi su quanta vita resti da vivere siano i figli, gli stessi che poi sommessamente chiedono ‘se sia il caso di prolungare tanta sofferenza’. Nessun malato gli ha mai chiesto di farlo morire.



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