Un Papa che non piace alla gente cui piace Trump

Un Papa che non piace alla gente cui piace Trump

 

Papa Leone XIV: l’America sul soglio di Pietro. Il primo Pontefice statunitense tra orgoglio nazionale e melting pot culturale. UnPapa che incarna le diversità delle origini americane.

Non tutti entusiasti negli Stati Uniti. Steve Bannon parla della peggiore scelta per i cattolici del MAGA. Il passato repubblicano di Prevost non basta a placare gli animi e pesa la recente polemica con Vance su deportazioni e ordo amoris.

Spese militari: l’Italia raggiungerà entro l’anno l’obiettivo del 2 per cento del Pil. Ci riuscirà accorpando sotto la voce in questione stanziamenti che fino a ora erano considerati come destinati alle forze dell’ordine o alle missioni all’estero.

Nessun favore a Trump sul gas americano. Fa parte della diversificazione delle fonti di energia e l’impegno fu sottoscritto sotto l’amministrazione Biden.

Come ai tempi della Regina Margherita, una storia che si ripete.Entra nel menù di una pizzeria napoletana la Pizza Angela. E’ quella preferita

Dalla Merkel, loro cliente d’eccezione.

 

 

 

 

Ci siamo lasciati venerdì mattina, con i primi commenti, quelli a caldo, all’elezione del primo Papa americano. Oggi è forse il caso di cominciare con un “dove eravamo rimasti?” E sintetizzare ciò che si è scritto durante questo weekend di Papa Prevost.

Partiamo ancora una volta con la stampa statunitense, e anglosassone in generale, e lo facciamo ancora una volta con una carrellata di titoli. Divertente scegliere nel mazzetta dei giornali i più originali. Giornali pieni zeppi dell’immagine di Leone XIV mentre saluta il mondo intero, per la prima volta vestito da Papa.

Più di una le testate che hanno giocato sulla sovrapposizione della sigla U.S., Stati Uniti, con il pronome “us”, “noi”. Come l’Irish Mirror che a tutta pagina ha titola “Let U.S. pray”, “preghiamo”.

Dal Regno Unito il Daily Record ha titolato “God blessed America”, “Dio ha benedetto l’America”. Mentre, campanilisticamente, la Chicago Tribune ha preferito un “Chicago’s Pope”, “Il Papa di Chicago”. E della serie “tiriamolo per la giacchetta” il Philadelphia Inquirer, che ha titolato “Un Papa americano”, si è subito affrettato a sottolineare nel sottotitolo che Prevost è un ex allievo della Villanova University, la scuola cattolica di lì.

E, sempre della serie “tutti lo vogliono” c’è anche la CBS News che un articolo lo ha dedicato alla “Discendenza creola di New Orleans di Papa Leone XIV che riempie di orgoglio tutta la città” Servizio dal quale scopriamo che la bisnonna materna era originaria della Louisiana. Roba di metà del diciannovesimo secolo. Ma tant’è.

E c’è Infobae da Buenos Aires che ai suoi lettori racconta di come il legame di Robert Prevost con il Perù sia molto antecedente il suo incarico di missionari nel Paese sudamericano. E la rivelazione del sito argentino è che quando Papa Leone aveva solo cinque anni una zia materna che viveva a Aputimac gli regalò un chullo. Il chullo è il classico copricapo andino di lana pesante e colorata coi due laccetti che scendono ai lati.

Un Papa che, meglio forse di tanti altri, sintetizza nella propria persona, il melting pot tipico delle radici e della cultura statunitense.

 

 

Ovvio però che, nonostante questa lunga, grande e sincera premessa sull’orgoglio degli Stati Uniti, non a tutti gli statunitensi questa elezione va a genio. Non certo ai repubblicani del MAGA, il Make American Great Again, ovvero i sostenitori di Trump, che già hanno avuto modo di chiarire il loro pensiero.

Come riferisce dal Regno Unito il Daily Mail, l’ex capo stratega della Casa Bianca, Steve Bannon, ha deriso il Papa di Chicago definendolo la peggior scelta per i cattolici del Maga e chiamandolo inoltre il “Papa anti Trump”.

 

Passando alla politica italiana e agli equilibri internazionali, questioni che per le attuali vicende vaticane stiamo un po’ dimenticando, prendiasmo  Bloomberg e il suo articolo su Giorgia Meloni che assicura che l’Italia raggiungerà entro l’anno l’obiettivo di contribuire alle spese militari per il due per cento del Pil

E dallo stesso intervento di Giorgia Meloni al Senato Swiss Info, dalla Svizzera, riprende il passaggio in cui la nostra premier afferma che sulla’aumento delle importazioni di gas liquefatto dagli Stati Uniti non abbiamo fatto alcun favore a Trump.

Dalla rivista australiana The Conversation, che si occupa spesso della nostra storia più recente, trovo oggi un interessante analisi dedicata, come da titolo “Alle aree italiane della resistenza antifascista durante la guerra che rimangono oggi meno permeabili all’estrema destra”

Tornando all’oggi, per chiudere. Da giorni, sulla stampa tedesca, si rincorre la fotografia di Angela Merkel pizzicata in una pizzeria napoletana. Che riconoscerla poi non è stato certo difficile, visto che si è presentata, benché struccata e coi capelli arruffati, con la classica giacchetta d’ordinanza di quando era uno dei capi di stato più influenti del mondo.

Racconta Merkur, giornale bavarese, che il pizzaiolo, un ristoratore dallo spiccato senso degli affari, ha immediatamente inserito nel menù la “Pizza Mekel”.

 

Come è composta? Scopritelo, assieme a tutto il resto, nell’ascolto del podcast odierno. E a domani